Mio padre aveva una batteria. La mia famiglia è sempre stata povera. Anche se le due cose possono sembrarvi completamente slegate fra loro, sono invece collegate da un rapporto di Causa ed Effetto.
Per tale motivo, all’età di diciotto anni, non ho preso la patente. Un anno più tardi, nemmeno. Al compimento dei venti, avevo già gettato la spugna. Nel Febbraio dell’anno seguente, proprio mentre stavo festeggiando i miei ventuno, non ho preso la patente e così per tutto il resto dell’anno. Se pensate che abbia dato l’esame a ventidue vi sbagliate. Ventitre? No. Ventiquattro? Niet. Venticinque? No (questa volta in inglese) Ventisei? Pff.
Non ho la patente.
La domanda che mi sono sentito ripetere più spesso nella vita è:«Qual è il nome tra i due?» (che non ha niente a che vedere con il discorso), la seconda invece è:«Ma…» – pausa – «la patente?». Negli anni ho imparato a fingermi un’integralista ecologico solo per poter giustificare questa mia deficienza in ambito documentaristico (relativo al possesso del documento Patente di Guida).
Diversi anni fa ho avuto l’onore di suonare in uno dei più famosi teatri di Torino.
Lì per lì il pubblico mi era sembrato un po’ freddo. Certo, avevo ricevuto applausi al termine di ogni brano, ma avevo come l’impressione che fossero applausi di circostanza.
Terminato lo spettacolo, esco dalle quinte. Nessuno chiedeva il bis.
A questo punto non mi aspettavo certo di trovare orde di fans ad attendermi, così imbocco lo stretto corridoio dietro al palco e mi dirigo verso il camerino.
Quando apro la porta, scopro che sul tavolo qualcuno mi aveva lasciato un enorme mazzo. Beh, quello è stato il solitario più lungo della mia vita.